Il servitore di due padroni

Il servitore di due padroni

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La Commedia.
Il Servitore di Due Padroni è la classica commedia dell’arte che gli attori girovaghi
dei secoli XVI – XVII e XVIII, girando per corti e villaggi, mettevano in scena
recitando pressocche a soggetto seguendo un semplice canovaccio che ne tracciava le
linee essenziali della trama.
E’ stato poi scritto da Carlo Goldoni come canovaccio nel 1745 a Pisa e dato alle
stampe come copione completo solo nel 1753.
Come diceva lo stesso Goldoni, è una commedia giocosa, una commedia d’intrigo
fondata su due motivi drammatici tradizionali: il travestimento e lo sdoppiamento,
il primo dà origine alle scene patetiche e il secondo a quelle comiche.
L’interesse per le vicende amorose dei personaggi seri è continuamente distolto dalla
comicità delle situazioni che nascono dallo sdoppiamento del protagonista, un
servitore furbo e sciocco che fa della scena un vero e proprio campo da gioco.
La Trama.
Al centro della commedia si colloca l’affamato e squinternato Truffaldino, servo
scaltro e ingenuo di due padroni, che, per non svelare il suo inganno e per perseguire
il suo unico intento, ovvero mangiare a sazietà, intreccia la storia all’inverosimile,
creando infiniti equivoci e guai.
La commedia si apre a Marechiaro nella locanda dell’anziano Gustavo Latriglia, che
sta assistendo alla promessa di matrimonio tra sua figlia Angelica col giovane
Orlando. I due sono innamorati ed è una fortuna che possano promettersi, dato che il nobile don Ferdinando de Bonis, a cui Angelica era destinata, come da precedente
compromesso notarile, è morto in un duello col duca di Bitritto don Nicola
Lomuscio a causa della di lui sorella donna Sabella amante di Nicola.
Alla promessa assiste come testimone Smeraldina, giovane serva della locanda.
Inaspettatamente, nella scena irrompe Truffaldino, il giovane servo venuto per
annunciare l’arrivo del suo padrone: si tratta proprio di Ferdinando de Bonis, giunto a
Marechiaro per incontrare la sua futura sposa e per contrattare la dote della ragazza.
In realtà, colui che si presenta nella locanda è Sabella de Bonis, sorella del defunto in
vesti da uomo, venuta a Marechiaro alla ricerca del suo amante don Nicola Lomuscio
fuggito per sottrarsi alla cattura dopo aver ammazzato don Ferdinando.
Smeraldina riconosce Beatrice ma non svela l’inganno dinanzi ai presenti e, anzi, sta
al gioco facendosi da garante per assicurare tutti che lo sconosciuto che si trovavano
di fronte fosse proprio Ferdinando de Bonis.
Neanche Truffaldino, messosi da poco tempo a servizio di donna Sabella, sa nulla
della vera identità del suo padrone. Il suo unico obiettivo è riempire la pancia,
essendo perennemente tormentato dalla fame e dall’ingordigia. Non soddisfatto del
trattamento di Sabella, che trascura gli orari del pranzo e lo lascia a digiuno, per uno
scherzo del destino e sperando finalmente di mangiare, si mette a servire, col falso
nome di un suo fantomatico gemello Pasqualino, un altro padrone, che si rivela essere
prorpio don Nicola Lomuscio duca di Bitritto, l’amante di donna Sabella che,
casualmente si ferma a dimorare anche lui proprio nella locanda di Gustavo Latriglia.
Sabella e Nicola sono vittime delle bugie, dell’ingordigia, della scaltrezza e, al tempo stesso, dell’ingenuità dell’abile servitore Truffaldino-Pasqualino e si ritrovano alloggiati nella stessa locanda in cerca l’uno dell’altro senza mai incontrarsi.

Nel frattempo Truffaldino si è innamorato di Smeraldina, la cameriera della locanda e
a lei dedica particolari attenzioni, fino ad esserne ricambiato.
Tra brogli ed equivoci i due padroni comandano finalmente a Truffaldino di ordinare
il pranzo e qui, il nostro, si imbatte nella sfortunata cuoca spagnola della locanda
Dolores Deprofundis vedova di ben tre mariti e nel suo inverosimile aiutante cuoco
Piumalvento.
La commedia procede tra equivoci e colpi di scena ma alla fine, a cusa dell’ennesimo
imbroglio del servitore, Sabella e Nicola si incontrano e celebrano il loro matrimonio
insieme a quello tra Orlando e Angelica, Truffaldino e Smeraldina e tra Dolores e
Piumalvento.
Le Note di Regia.
Nel mettere in scena il presente lavoro, dopo aver riscritto il testo adattandolo nella
nostra lingua salentina e cucendolo addosso alla nostra compagnia, ho tenuto conto di
quello che doveva essere nei secoli scorsi lo stile narrativo della commedia dell’arte:
scenografia povera ed essenziale; caratterizzazione dei personaggi con lingua, accenti
e dialetti diversi; frequenti uscite dal personaggio; liti in scena tra gli attori;
personaggi che spesso bisticciano col suggeritore messo in bella vista sul proscenio o
che interloquiscono col pubblico; il tutto tra gags esilaranti e paradossali.

Tra i vari accenti dialettali utilizzati nella commedia (barese, napoletano, spagnolo
maccheronico e brindisino), un ruolo predominante assume ovviamente il nostro
idioma salentino nelle sue numerose varianti.
Gli stessi personaggi, infatti, utilizzano contemporaneamente lemmi, intercalari, modi
di dire e costruzioni sintattiche delle diverse varianti dialettali salentine.
Ho suggerito poi agli attori una tipo di recitazione veloce e molto enfatizzata, allo
scopo di dare al pubblico l’impressione di assistere ad una recita di veri e propri guitti
d’altra epoca.
Dati tecnici.
Durata indicativa della Commedia: 90-100’
Genere: Farsa
Attori: 3 donne – 5 uomini
Per una ottimale messa in scena si richiede:
– Palco 8 x 6 (misure minime)
– Presa di corrente 3 – 5 watt
– Pagoda per cambio attori
N.B. Della presente commedia non è disponibile il DVD in quanto la messa in
scena è ancora in fase di preparazione.